Inibizione e flessibilità

In questo tempo difficile, in cui ci sentiamo bloccati e privati della nostra libertà e indipendenza, facilmente emergono le paure, le ansie, le tensioni per relazioni difficili da gestire e contenere e le nostri parti “ombra” prendono il sopravvento.

In questi momenti è importantissimo muovere il corpo, se lo blocchiamo aumentano le sensazioni di inibizione e con esse aumentano i vissuti legati alla rabbia. 

Più permettiamo al corpo di essere flessibile più la nostra mente sarà aperta e morbida per accogliere quanto avviene momento per momento.

(cit. psicologa)

La danza ai tempi del coronavirus

Il coronavirus, una sfida con cui ognuno di noi si misura in base alle proprie risorse, alla propria indole e al proprio vissuto.
Per coloro, e spero la maggioranza, che vivono il covid come semplice (!) esperienza di isolamento, il virus può essere e trasformarsi in un dono, in una opportunità per coltivare se stessi, per scoprire nuove passioni e sopiti talenti, per esercitarsi nella pazienza.
Per coloro che, invece, sono intaccati negli affetti, nel lavoro, nelle certezze, il covid-19 è un male. Solitudine, isolamento, rabbia e disperazione. Degli immunodepressi, nello specifico, il coronavirus mina la serenità e la salute.
Anche la comunità scientifica non sembra unanime, come non lo è ogni processo di ricerca. E il comune sentire si fa pieno di incertezze e fake news di non sempre facile identificazione.
Le comunicazioni, affidate a chat, twitter e affini, spesso rischiano di creare malintesi e ferite. Manca la capacità dialogica dello spritz, delle confidenze col carrello della spesa, delle chiacchierate negli spogliatoi.
Ma… una lezione di danza via skype cambia e ci cambia!!!Sono i volti dei nostri compagni, i corpi di cui riconosciamo gli odori, le braccia che ci hanno sollevato, le mani che ci hanno impastato. Eccoci, palestre improvvisate in cucina, e soprattutto tanta voglia di essere uniti, di restare uniti per respirare ciò che, al di là del bene e del male, è VITA.
(il progetto I DANCE THE WAY I FEEL non si ferma, lo avete capito, vero?)

Una finzione “vera”

Confidenze con una persona speciale, che sta attraversando un momento difficile e deve necessariamente mostrarsi forte e serena, ricoprendo un ruolo pubblico e da cui dipendono scelte importanti di altre persone.

Mi confida la propria difficoltà nel continuare a vivere tutte queste “finzioni”, nel lavoro, negli affetti…

Allora mi sono ricordata del 2012, della mia diagnosi e dei miei momenti di depressione. Mi sono ricordata della mia nipotina, che faceva capolino dalla scala del mio salotto e che veniva a trovarmi. La guardavo, pensando tristemente che non l’avrei mai vista crescere, che non avrei sentito i suoi sbotti da adolescente, che non le avrei fatto conoscere i Led Zeppelin, che non avremmo discusso di viaggi e di amori… La guardavo e mi facevo forza e sorridevo e scherzavo…

Con lei “fingevo”, ma si trattava di una finzione “vera” perché stare con lei mi ricaricava e mi dava gioia. Ti voglio bene, nipotastra!!!

 

 

Auguri

Caro fratello, che cammini un viaggio parallelo di speranze paure coraggio preghiere ricordi segni e risate. Ti sento un pilastro, una presenza forte. Hai una saggezza tale da intuire le persone e da riuscire a regalare loro momenti di serenità. Sai dare tanto, a molti, con il tuo essere vicino pure da lontano. Hai dei sogni, che concretizzi con passione. Hai dei sogni, i più preziosi, legati al filo della Vita, dell’Universo. Quanto ci è comune l’affidarci in questo…

Sigues lliure i camina cap a l’estel que vulguis guanyar!!!

Costruire

Ma tra la partenza e il traguardo

nel mezzo c’è tutto il resto

e tutto il resto è giorno dopo giorno

e giorno dopo giorno è silenziosamente costruire

e costruire è sapere e potere rinunciare alla perfezione

Grazie Niccolò Fabi. Crescere è un mosaico di sbagli. Costruire è una somma di imperfezioni, vissute con entusiasmo, generosità, dolore, amore.

La danza non cura, si prende cura

Il post odierno vuole essere un omaggio a tutti i ballerini di “I DANCE THE WAY I FEEL”. In questi due anni e mezzo abbiamo costruito un gruppo, quasi un “corpo” di ballo. Abbiamo intrecciato le nostre dita, ci siamo “impastati”, abbiamo respirato insieme e saltato all’unisono.
La danza non è una terapia che cura. Per alcuni di noi non c’è stata remissione di malattia.
La danza però si prende cura sia del corpo sia dell’anima. E noi, ballerini, danzando insieme ci prendiamo cura l’uno dell’altro.

Vi voglio bene, compagni di cordata e di sudate!

Nadia Toffa e pensieri sparsi

Ha fatto diventare “social” la propria vicenda, condividendo in modo coraggioso il proprio pensiero, che ha definito il cancro come un “dono”.  E non è stata capita da molti.

L’hanno definita guerriera, come se il coraggio fosse la peculiarità dei soldati. A guardarsi attorno, invece, si capisce che chi sbraita, minaccia e brandisce le armi molte volte è il codardo (avrei scritto qualche altra parola…) di turno.

Non so se arriverò mai a definire il mio cancro come un dono. Ne avrei fatto volentieri a meno, invece ai regali non rinuncio mai. Però il cancro ha portato con sè dei doni: una maggiore consapevolezza, che riesce a diventare leggerezza proprio nel momento in cui si vive l’attimo; una forte ironia, che talvolta scandalizza i benpensanti; la vera amicizia, che è un dare e un ricevere; i dialoghi, sempre veri anche nelle risate spensierate…

Nella Repubblica, uno tra i miei libri preferiti, Platone parla di giustizia che, nello stato come nell’individuo, è caratterizzata dall’equilibrio di tre qualità (i filosofi mi perdonino le semplificazioni!). Nadia: la profondità di senso nel vivere le opportunità della malattia; il coraggio nell’affrontarla pubblicamente con il rischio di essere considerata perdente da chi si considera esente dall’ineluttabilità della morte; la disponibilità nel mettersi a servizio per raccontare il proprio corpo…

 

 

 

PROSPETTIVE…

Dipende sempre dalla metà del bicchiere, dipende sempre dal fatto che, in cura, la prudenza è l’atteggiamento da adottare.

Così anche l’esperienza della febbre, vivendo da sola in una metropoli all’estero, può scatenare le paure più grandi.

Avviso chi mi può aiutare: la mia oncologa di fiducia per verificare la compatibilità del mio farmaco chemioterapico con il paracetamolo, il mio amico dell’infanzia che lavora qui a Londra – anche se dall’altra parte della città.
Il frigo è pieno.

Il primo giorno scatena i pensieri più cupi: si sono le mie difese abbassate così tanto? Non riesco a reggere il ritmo lavorativo qui? Sto esagerando (cioè dovevo stare al riposo invece di godermi il pooling day nei parchi londinesi, mangiando il Magnum?)?

Poi leggo il messaggio del mio amico: “anch’io un po’ di febbre. Londra -ma lo sapevamo già- non è un (…) di posto sano”. Allora cambia tutto: il bicchiere torna mezzo pieno e la prudenza diventa tranquillità (ed un inno al riposo).

Nascosto in un Tulipano

… un titolo molto dolce, quello scelto da F. per raccontare il suo nuovo cammino (trovate la pagina su FB, con lo stesso titolo di questo post). Io le rubo alcune parole…

Il cancro all’inizio è proprio questo: un ospite che entra nella tua vita in punta di piedi, senza avvisare o chiedere il permesso.
Sono rimasta in silenzio tra i miei pensieri, non facendo domande anche perché non c’era molto altro da aggiungere. Le uniche parole che continuavo a ripetere erano:
“Ho paura”.

In pochi minuti mi sono ritrovata con la vita stravolta da una diagnosi che, in quel momento, sembrava essere più una sentenza di morte lenta e dolorosa.
Dentro di me sentivo forte la paura dell’ignoto poiché non sapevo quanto si fosse esteso.
Si aggiungevano poi la paura per tutti gli esami e visite che avrei dovuto fare come, ad esempio, quella per la risonanza magnetica (non mi piacciono i luoghi piccoli e stretti), la paura degli aghi che ho da quando sono piccola e della mammografia, che mi avrebbe stritolato il seno ancora sofferente… Infine, la paura per il secondo intervento che sarebbe stato più pesante del primo e avrebbe portato via un pezzo di me.

Nei giorni seguenti, attorno a me, molte persone erano arrabbiate io, invece, non lo ero. Con chi o cosa mi sarei dovuta arrabbiare?
Con un “Tulipano”? Non avrebbe avuto alcun senso accusare una massa di carne.
Con me stessa? Non l’ho mica voluto io un cancro.

Per tutti ma soprattutto per me, ho cercato di non farmi prendere dal panico. Alcune mie cellule avevano deciso di impazzire…io, invece, ho deciso che non sarei impazzita con loro!

In pochi minuti mi sono ritrovata con la vita stravolta da una diagnosi che, in quel momento, sembrava essere più una sentenza di morte lenta e dolorosa.

Leggo i primi post, l’inizio di un racconto in cui mi ritrovo, con le stesse contraddizioni di paura e coraggio. E non credo sia una coincidenza il mazzo di tulipani gialli e rossi che ho sopra il mio comodino…

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PAROLE E RISPETTO

“Bimba si arrende alla malattia rara. Muore nel sonno ad otto anni” (Giornale di Vicenza, 02.11.2018)

Sono un’insegnante di scuola primaria, con buona parte di me rimasta ancora bambina. Vedo spesso giocare i bambini, nel cortile della scuola. Si dividono in bande, si rincorrono, si prendono, si catturano e gridano “Arrenditi!”. Di solito succedeva anche a me, sempre uno scricciolo e quasi sempre la prima ad essere catturata e ad “arrendersi”. La resa non era mai immediata, scattava solo dopo vari divincolamenti, quando ormai ero stanca di essere strattonata e ritenevo, comunque, dignitosa la mia ultima scelta . Le mie eroine erano le donne pioniere del Far West. E, come loro, una volta catturata e condotta nella “prigione” dei miei compagni di gioco, architettavo prontamente un piano di fuga. E il gioco riprendeva… fino a che non veniva decretato il cambio delle parti.

Stamattina, mentre aspettavo in sala d’attesa del quinto piano del reparto di oncologia di essere chiamata per l’infusione di chemioterapia, ho scorto il titolo dell’articolo “Bimba si arrende alla malattia rara”. Un nodo al cuore. Penso forte al dolore dei familiari, un dolore che sento molto vicino in questi giorni in cui sono conficcati nel mio animo anniversari di partenze importanti e laceranti, quelle di Sabina e di Federica. E poi dentro di me ascolto una ribellione sarcastica sul significato del titolo dell’articolo. Una bambina di otto anni può arrendersi? E come può un giornalista o un redattore, ma anche il più intimo degli amici, conoscere l’atteggiamento di una persona di fronte alla morte? E lo si può addirittura descrivere o solo intuire e, quindi, far tacere le parole di fronte ad un Mistero così grande?

Convivo con il cancro e con queste riflessioni da molti anni. Ed ogni volta mi chiedo perché, di fronte al Male, sia esso fisico sia esso morale, i termini di cui l’uomo dispone sono soprattutto legati all’ambito sematico della lotta, della guerra, della battaglia. “Ha lottato”… ” si è arres*”. Mi chiedo se, invece, non si possa operare una “comprensione” del male. Non ho gli strumenti ermeneutici e neppure una fede così salda per approfondire questa riflessione in modo adeguato.

Vorrei quindi, di fronte ad una scelta linguistica (“si arrende al male”) a mio avviso discutibile, pessimistica e non rispettosa dell’altro-da-sè, lasciare lo spazio ad una immagine che ci è, forse ancora, familiare. Una bambina forte che si arrende ma per poi tornare a giocare, con la stessa gioia, in un’Altra Dimensione. Uno Spazio ed un Tempo che tutto comprendono.