Una finzione “vera”

Confidenze con una persona speciale, che sta attraversando un momento difficile e deve necessariamente mostrarsi forte e serena, ricoprendo un ruolo pubblico e da cui dipendono scelte importanti di altre persone.

Mi confida la propria difficoltà nel continuare a vivere tutte queste “finzioni”, nel lavoro, negli affetti…

Allora mi sono ricordata del 2012, della mia diagnosi e dei miei momenti di depressione. Mi sono ricordata della mia nipotina, che faceva capolino dalla scala del mio salotto e che veniva a trovarmi. La guardavo, pensando tristemente che non l’avrei mai vista crescere, che non avrei sentito i suoi sbotti da adolescente, che non le avrei fatto conoscere i Led Zeppelin, che non avremmo discusso di viaggi e di amori… La guardavo e mi facevo forza e sorridevo e scherzavo…

Con lei “fingevo”, ma si trattava di una finzione “vera” perché stare con lei mi ricaricava e mi dava gioia. Ti voglio bene, nipotastra!!!

 

 

Auguri

Caro fratello, che cammini un viaggio parallelo di speranze paure coraggio preghiere ricordi segni e risate. Ti sento un pilastro, una presenza forte. Hai una saggezza tale da intuire le persone e da riuscire a regalare loro momenti di serenità. Sai dare tanto, a molti, con il tuo essere vicino pure da lontano. Hai dei sogni, che concretizzi con passione. Hai dei sogni, i più preziosi, legati al filo della Vita, dell’Universo. Quanto ci è comune l’affidarci in questo…

Sigues lliure i camina cap a l’estel que vulguis guanyar!!!

Costruire

Ma tra la partenza e il traguardo

nel mezzo c’è tutto il resto

e tutto il resto è giorno dopo giorno

e giorno dopo giorno è silenziosamente costruire

e costruire è sapere e potere rinunciare alla perfezione

Grazie Niccolò Fabi. Crescere è un mosaico di sbagli. Costruire è una somma di imperfezioni, vissute con entusiasmo, generosità, dolore, amore.

La danza non cura, si prende cura

Il post odierno vuole essere un omaggio a tutti i ballerini di “I DANCE THE WAY I FEEL”. In questi due anni e mezzo abbiamo costruito un gruppo, quasi un “corpo” di ballo. Abbiamo intrecciato le nostre dita, ci siamo “impastati”, abbiamo respirato insieme e saltato all’unisono.
La danza non è una terapia che cura. Per alcuni di noi non c’è stata remissione di malattia.
La danza però si prende cura sia del corpo sia dell’anima. E noi, ballerini, danzando insieme ci prendiamo cura l’uno dell’altro.

Vi voglio bene, compagni di cordata e di sudate!

Nadia Toffa e pensieri sparsi

Ha fatto diventare “social” la propria vicenda, condividendo in modo coraggioso il proprio pensiero, che ha definito il cancro come un “dono”.  E non è stata capita da molti.

L’hanno definita guerriera, come se il coraggio fosse la peculiarità dei soldati. A guardarsi attorno, invece, si capisce che chi sbraita, minaccia e brandisce le armi molte volte è il codardo (avrei scritto qualche altra parola…) di turno.

Non so se arriverò mai a definire il mio cancro come un dono. Ne avrei fatto volentieri a meno, invece ai regali non rinuncio mai. Però il cancro ha portato con sè dei doni: una maggiore consapevolezza, che riesce a diventare leggerezza proprio nel momento in cui si vive l’attimo; una forte ironia, che talvolta scandalizza i benpensanti; la vera amicizia, che è un dare e un ricevere; i dialoghi, sempre veri anche nelle risate spensierate…

Nella Repubblica, uno tra i miei libri preferiti, Platone parla di giustizia che, nello stato come nell’individuo, è caratterizzata dall’equilibrio di tre qualità (i filosofi mi perdonino le semplificazioni!). Nadia: la profondità di senso nel vivere le opportunità della malattia; il coraggio nell’affrontarla pubblicamente con il rischio di essere considerata perdente da chi si considera esente dall’ineluttabilità della morte; la disponibilità nel mettersi a servizio per raccontare il proprio corpo…

 

 

 

PROSPETTIVE…

Dipende sempre dalla metà del bicchiere, dipende sempre dal fatto che, in cura, la prudenza è l’atteggiamento da adottare.

Così anche l’esperienza della febbre, vivendo da sola in una metropoli all’estero, può scatenare le paure più grandi.

Avviso chi mi può aiutare: la mia oncologa di fiducia per verificare la compatibilità del mio farmaco chemioterapico con il paracetamolo, il mio amico dell’infanzia che lavora qui a Londra – anche se dall’altra parte della città.
Il frigo è pieno.

Il primo giorno scatena i pensieri più cupi: si sono le mie difese abbassate così tanto? Non riesco a reggere il ritmo lavorativo qui? Sto esagerando (cioè dovevo stare al riposo invece di godermi il pooling day nei parchi londinesi, mangiando il Magnum?)?

Poi leggo il messaggio del mio amico: “anch’io un po’ di febbre. Londra -ma lo sapevamo già- non è un (…) di posto sano”. Allora cambia tutto: il bicchiere torna mezzo pieno e la prudenza diventa tranquillità (ed un inno al riposo).

Nascosto in un Tulipano

… un titolo molto dolce, quello scelto da F. per raccontare il suo nuovo cammino (trovate la pagina su FB, con lo stesso titolo di questo post). Io le rubo alcune parole…

Il cancro all’inizio è proprio questo: un ospite che entra nella tua vita in punta di piedi, senza avvisare o chiedere il permesso.
Sono rimasta in silenzio tra i miei pensieri, non facendo domande anche perché non c’era molto altro da aggiungere. Le uniche parole che continuavo a ripetere erano:
“Ho paura”.

In pochi minuti mi sono ritrovata con la vita stravolta da una diagnosi che, in quel momento, sembrava essere più una sentenza di morte lenta e dolorosa.
Dentro di me sentivo forte la paura dell’ignoto poiché non sapevo quanto si fosse esteso.
Si aggiungevano poi la paura per tutti gli esami e visite che avrei dovuto fare come, ad esempio, quella per la risonanza magnetica (non mi piacciono i luoghi piccoli e stretti), la paura degli aghi che ho da quando sono piccola e della mammografia, che mi avrebbe stritolato il seno ancora sofferente… Infine, la paura per il secondo intervento che sarebbe stato più pesante del primo e avrebbe portato via un pezzo di me.

Nei giorni seguenti, attorno a me, molte persone erano arrabbiate io, invece, non lo ero. Con chi o cosa mi sarei dovuta arrabbiare?
Con un “Tulipano”? Non avrebbe avuto alcun senso accusare una massa di carne.
Con me stessa? Non l’ho mica voluto io un cancro.

Per tutti ma soprattutto per me, ho cercato di non farmi prendere dal panico. Alcune mie cellule avevano deciso di impazzire…io, invece, ho deciso che non sarei impazzita con loro!

In pochi minuti mi sono ritrovata con la vita stravolta da una diagnosi che, in quel momento, sembrava essere più una sentenza di morte lenta e dolorosa.

Leggo i primi post, l’inizio di un racconto in cui mi ritrovo, con le stesse contraddizioni di paura e coraggio. E non credo sia una coincidenza il mazzo di tulipani gialli e rossi che ho sopra il mio comodino…

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