Carissima

Carissima,

hai cominciato un cammino difficile e che, soprattutto all’inizio, spaventa molto. Ma, come vedi, il cancro non e’ sinonimo di morte e di sconfitta. Sembra paradossale, ma ti posso testimoniare che questa malattia a me ha dato e sta donando tantissime opportunita’, tra tutte la faccia tosta di vivere la vita ogni giorno e di provare a fare cio’ che realmente mi piace. Non e’ facile. Si tratta di scegliere tra paura e speranza, ogni giorno…ogni istante.

Un mio amico sacerdote, don Girolamo, che convive con una leucemia da piu’ di quindici nni, mi ha rivelato la sua “ricetta”:  atteggiamento positivo e combattivo, ottimi amici, ottimi medici e fede.

Innanzitutto e’ fondamentale che tu riesca a lavorare con dei dottori di cui ti fidi. Questo perche’ non possiamo sprecare le nostre forze con ricerche su internet o rimuginando delle frasi non chiare o tenendo dentro di noi un sacco di dubbi. Io sono una paziente rompiscatole, non ho paura di fare domande e neanche di esporre il mio punto di vista. E vedrai che ci sono anche dottori fantastici e scrupolosi…

Per quanto riguarda la fede, qui si tratta di un discorso personale. Io ho provato il grande dolore di perdere un mio grandissimo amico a ventiquattro anni. Simone e’ morto improvvisamente, lasciandoci tutti devastati. Da allora ho capito che la vita non e’ giusta e che il mio Dio non e’ un giudice o un giustiziere, ma e’ Amore che accompagna. E, ti assicuro, ho provato molte volte l’esperienza di sentirmi amata e di trovare “i doni del mio cancro”.

Tra questi, appunto, ci sono gli amici e tutti i compagni di cordata. Lo so, e’ un catapultarsi a conoscere persone nuove, ma solo coloro che calzano lo stesso paio di scarpe sono testimoni credibili e possono darti i consigli migliori (diffidando dei vecchi brontoloni che trovi in reparto qualche volta): io e le mie amiche ci inca**iamo insieme, ci scambiamo segreti, facciamo pessime battute, andiamo a mangiare il gelato parlando di viaggi…

Quando mi e’ stato diagnosticato il cancro, avevo 34 anni. E mi sono sentita crollare il mondo addosso. Poi, un po’ alla volta, ho conosciuto altri survivor, ho capito che la strada e’ difficile ma che si puo’ percorrere con dignita’ e che si puo’ anche guarire. Io non ti “vendo” la guarigione, solo Dio sa qual e’ il nostro cammino ed il nostro tempo, ma ti assicuro, mia cara …, che si puo’ vivere, si puo’ vivere in profondita’ e succhiare il midollo della vita…

Ti voglio bene,

Noemi

Buonanotte al secchio

Succede che una mattina, mentre ti alzi, ti accompagnino dei brutti pensieri…ricordi e delusioni. Succede che ti assale, perche’ i pensieri sono una spirale, la preoccupazione della depressione. E se, inconsciamente, decidessi di smettere di lottare e di pensare in modo positivo?Ah! I danni della metamedicina… Ne parlo con una mia carissima amica, una di quelle “genuine” ma con la lungimiranza di un cuore sensibile ed attento. “Noemi – mi dice – con tutte quelle che hai passato ultimamente, sei forte a non essere andata fuori di testa”.

Ne parlo con il mio punto di riferimento, la lettrice esterna che, ogni tanto, mi aiuta a controllare la rotta perche’, sono convinta, in questi casi  i familiari, gli amici, le guide spirituali e sportive ed i medici sono preziosi ed ognuno insostituibile per la propria parte ma non sono sufficienti…almeno ad una come me, rovinata da Pavlov e da Skinner. Lei mi rassicura, scientificamente. Niente depressione, so far.

E’ vero che e’ tutto relativo e che sono convinta di essere una persona molto fortunata. Ma mi sussurro anche “brava” perche’ ho saputo scegliere, nei momenti bui, la compagnia, un obiettivo, la vita. E queste scelte, mettendomi in gioco e sudando forte, potevo farle solamente IO. Ovviamente ringrazio Dio e buonanotte al secchio.

Il cancro mi ha fatta diventare taoista

La rotondità del mio ventre in questi giorni non suggerisce serenità, gioia, energia vitale e fortuna come , mi ha spiegato il mio maestro di Qi Gong, la pancia del Buddha. Sono un vuoto gonfio, non esprimo pienezza, celo solo privazione.

Mi guardo, osservo con ansia i cerotti che occludono quelle che ho battezzato come la “Fossa delle Marianne” e la “Fossa delle Antille”, rispettivamente a sinistra e a destra del mio ombelico. In quelle fosse c’era parte di me, quella dedicata alla maternità. Dedicata e delicata. Il mio ventre ora è un ricettacolo di aria, residuo dell’intervento di pochi giorni fa, e di tanti pensieri che galoppano e si accavallano. Annessiectomia.  Biopsia dell’endometrio. Esame istologico.

“Non è l’utero che fa una donna. Sarai meravigliosa come sempre”, mi ha mesmerizzato la cugina dall’Olanda. Non dello stesso tono, però, le parole di una compagna di cordata, che si sente derubata della maternità.

Sono onesta: non è questa la rinuncia che ora mi pesa. Mi spaventa l’essere in una situazione definitiva, irreversibile, che temo acceleri determinati processi di invecchiamento, quale l’osteoporosi, che le cure per il mio cancro hanno già messo in atto da tempo. Temo la vecchiaia precoce, non voglio rinunciare alla danza, non voglio essere limitata nel lavoro, nei viaggi. Non voglio non poter più essere “io”. Contemplo le mutilazioni del mio corpo, iniziando dalla mastectomia, e, nel sentire il sofferente adattamento dei tessuti ai nuovi vuoti, ricordo la riflessione esistenziale di Terzani, “Ed il chirurgo, quanti pezzi poteva tagliare prima che scomparissi anch’io?”.

Il cancro è una malattia che toglie molte cose. Il cancro, il Vuoto te lo presenta.

Convivo da sette anni con queste cellule impazzite. Ho vissuto molti Vuoti.

Ma il cancro mi ha regalato anche molte Pienezze. E, per il momento, anche una parziale e serena risposta all’inquietante domanda che ha accompagnato pure il percorso di Terzani: il mio corpo non finisce dove lo vedi. Il mio corpo finisce ai confini dell’amore. E l’Amore è un Pieno Infinito.

Sorrido, “Il cancro mi ha fatta diventare taoista”. Vuoto e Pienezza.

Accettare

Sono contenta che tu finalmente abbia accettato…” – mi hanno accarezzato le parole della mia oncologa durante l’ultima visita.

Sono sempre stata contraria alle operazioni profilattiche. Ho cercato di conservare strenuamente tutte le parti del mio corpo, difendendo tenacemente anche quel seno che, dopo quattro anni, avrebbe rivelato una recidiva. Replicavo ai medici: “Perche’ scegliere una sedia a rotelle, potendo ancora camminare?”.

Ho rischiato. Ma adesso e’ giunto il momento di accettare… il rischio a cui sono esposta, il tempo che accelera, i sogni infranti.

La chirurgia profilattica non e’ la prevenzione che noi vorremmo, non e’ la prevenzione che ci meritiamo. Martedi mi sentiro’ ancora una volta una Amazzone, con la speranza di poter poi tendere meglio il mio arco e di continuare questa lotta. Ma martedi, soprattutto, ripensero’ alle parole di Nerina: “Lo devi fare per tutte le donne che non hanno potuto…”

16 luglio

La vita avvolge i suoi doni piu’ preziosi in fazzoletti di lacrime.

Martedi sono scesa a Roma a svernare l’ansia da referto. Amici, arte, cucina; ho tutto l’affetto ed il bello per non pensare. Aspetto con ansia il 17, giorno della consegna della busta che, gentilmente, una amica avrebbe preso per me e consegnata alla mia oncologa.

Ma suona il cellulare. Tella mi chiede se voglio conoscere il referto. “Come? Pronto con un giorno in anticipo?” “Si – mi risponde – ho chiamato in radiologia e mi hanno detto che era gia’ pronto”. In un nano secondo mi blocco. E’ il 16, non voglio saperlo. Io aspetto un altro giorno. Ma lei e’ un vulcano, avverto la sua emozione. E legge…”Rispetto al precedente esame…”

Tella legge. Cauto ottimismo. Ma lei e’ commossa: il Caelix sta funzionando. Ho quelle buone notizie che, da tempo, mi stavano mancando.

A tavola mi scende qualche lacrima. Commento il referto con gli amici che mi ospitano. E’ il 16 luglio: un anno fa la vita mi ha regalato un angelo biondo, Carlotta.

La vita avvolge i suoi doni piu’ preziosi in fazzoletti di lacrime. Questi doni, a volte, si chiamano “coincidenze”, a volte “angeli”.

 

 

Pareggio

Non e’ una partita dei mondiali, ma per me il pareggio vale un mondo. Il mondo mio e di chi mi vuole bene – di tutto il resto chissenefrega.

Domani mattina faro’ l’esame per verificare che la cura stia facendo effetto. Quello che tutti speriamo e’ che le macchioline si siano ridotte in numero e dimensioni, contrariamente a quanto palesato dall’esame di marzo. Per fortuna questa settimana mi ha regalato un altro bel saggio di danza, con scariche di adrenalina convogliate dentro una villa diroccata e su coreografie emozionanti. Ma, nei ritagli di tempo, quando la mente ed il cuore corrono a briglie sciolte, ecco che si e’ fatta spazio la paura.
Paura di essere arrivata al punto di non ritorno.
Paura perche’ non ho attuato alcuno di quei drastici cambiamenti della vita (dieta, meditazione…) considerati la panacea per malati come me.
Paura perche’ ho rivisto in reparto una vecchia amica che sta vendendo cara la pelle.
Paura perche’, la settimana scorsa, al telefono, ha pianto pure la mia “mentore”, donna fantastica colostomizzata.
Ieri pomeriggio ho scritto ai miei amici, raccontando di me, chiedendo il loro supporto speciale (energia, preghiere, pensieri positivi, rogazioni!) per domani mattina e minacciandoli di buttarli in pasto ai pescecani qualora mi avessero risposto “Non preoccuparti, andra’ tutto bene”.
E poi, ieri sera, prima di fare il saggio, ho telefonato nuovamente alla mia “mentore”. Come stai? Sono in ansia pre-esame. Si, anche io in quelle settimane sono isterica, depressa, intrattabile. Ecco, allora, se me lo dice lei, ho il diritto di essere isterica, depressa, intrattabile…

E concludo, citando quanto mi ha scritto G.
Sto ca**o de cancro ha parecchio rotto i co*****i.
E ultimamente ha segnato 1 – 0.
È ora di pareggiare il conto.

G., quell’1 e’ diventato il mio angelo in piu’. Conto anche su di lei per pareggiare il conto.

Un regalo…

Quando pensiamo ad un regalo, ci viene in mente il destinatario con i suoi gusti, le sue preferenze… Un regalo implica un margine di rischio, e’ accompagnato dalla domanda “le/gli piacera’ davvero?”.
Ma si rischia ancora di piu’ quando, nel regalo, sveliamo una parte di noi stessi, soprattutto se questa parte e’ espressione della nostra intimita’ piu’ profonda, quella che celiamo con cura perche’ e’ la nostra linfa vitale.
E cosi, hai fatto tu, carissima R., invitandomi ad entrare nel tuo tempio, a meditare con te, a conoscere i tuoi compagni di cammino. Mi hai resa partecipe di cio’ che ti aiuta a vivere, che ti sta facendo crescere diversamente e che ha illuminato improvvisamente la tua vita. Mi hai fatto un regalo bellissimo, ti sei scoperta, rivelata.
Sono con-fusa, un recipiente in cui stanno colando metalli preziosi e tra i piu’ disparati. Ma, sono sicura, alla fine si forgera’ un gioiello reso ancora piu’ bello dai tuoi colori. Grazie, R.

Una vocazione chiamata danza

Confidenze e commenti durante la lezione di danza di ieri sera. “Ma per passare al moderno 2, devo fare un esame?”, chiede una mia amica del corso adulti principianti. Gia’, ad alcune persone pesa essere considerate dei pivellini. E’ la “P” che si espone sulle auto…da cui mantieni le dovute distanze e di cui ti lamenti per il pedissequo rispetto del codice della strada da parte del provetto guidatore.

Certo, fa un certo effetto far parte del gruppo dei principianti e, come eta’ anagrafica, essere genitori e zii delle ragazzine dei corsi avanzati! Io ci scherzo sempre e chiamo il mio gruppo “il geriatrico”.  Ma ieri sera Michela, la mia insegnante, ci ha detto che “danzare e’ una vocazione”…e questo cambia tutto.

“Vocare… chiamare”. La danza e’ una chiamata. E non c’e’ un’ora determinata, precisa nella propria vita per questo. A volte, si dice, la vocazione viene scoperta quando e’ tardi. A volte e’ qualcosa di spontaneo ed istintivo -come per me e’ stata la scelta dell’insegnamento- che da sempre accompagna la nostra crescita. Altre volte e’ il frutto di un percorso, e’ lo svelamento di un tarlo, di un impulso che abbiamo sempre avuto dentro ma che non abbiamo saputo riconoscere o che abbiamo ritenuto secondario o abbiamo dovuto negare.

Cos’e’ la danza per me? Una vocazione? Una chiamata?

Non sono brava, non sono snodata. Faccio fatica a memorizzare le coreografie. Ho poca coscienza del mio corpo e delle sue infinite possibilita’ creative. Talvolta ho il rimpianto di non esser riuscita a dare il meglio, a capire il pezzo. Come insegnante di scuola primaria, sento di poter dare un contributo alla vita altrui, come ballerina, invece, credo che il mio apporto sia insignificante.

Eppure… eppure la danza mi ha chiamata. La danza mi ha cercata… e mi sta dando un regalo enorme. La danza mi sta insegnando a volermi bene. La danza costruisce il tempio del mio corpo. Mi mette in comunicazione col respiro, con la terra, con lo spazio, con le emozioni. Attraverso la danza percepisco gli altri, il mio impatto su di loro, la relazione e la comunicazione. Danzare mi rende felice. Danzare e’ riconoscere di essere preziosi agli occhi di Dio. Scriveva, infatti, Nietzsche: “Io crederei in un Dio soltanto che sapesse ballare”.

Un abbraccio lungo un saggio

“Michela,  devo cambiare cura. Le pastiglie hanno cessato di fare effetto. Non so se riusciro’ a fare il saggio a fine anno”, queste le mie confidenze, alla fine di una lezione di danza, alla mia insegnante un paio di mesi fa.

“Noemi, nella coreografia ho lasciato il posto anche per un altro ruolo, piu’ semplice. Su quel palco, tu salirai comunque”, questa la sua fiduciosa risposta. E poi un lungo abbraccio.

E, sabato sera, ho danzato…

con le ossa di porcellana e la pelle fragile filo di ragnatela

con gli ematomi viola sulle ginocchia e le voragini del vuoto nella memoria 

con le vittorie delle lezioni fatte, nonostante la stanchezza

con le sconfitte delle lezioni saltate, a causa dei piedi doloranti

con la consapevolezza che, davanti al pubblico, io non ero diversa dagli altri

con tutte le persone che mi vogliono bene e che erano presenti, in sala e nel cuore

abbracciando Paola, l’altra mia insegnante, nella coreografia finale.

Michela, un lungo abbraccio… Michela, Paola, un abbraccio lungo un anno.

Grazie a Michela Negro, Paola Ferrari e Francesca Bolzon di Etra Danza. Grazie ad Angelina Morsoletto per avermi invitata, lo scorso anno, a riprendere questo meraviglioso cammino.