Articolo su La Voce dei Berici

L’ARTICOLO E’ STATO RIDOTTO PER MOTIVI DI SPAZIO. QUI, INVECE, LE RIFLESSIONI ORIGINARIE

Le vicende che stanno coinvolgendo l’Ospedale di Vicenza, paradigma per riflettere anche sul “bene comune esigenza di giustizia e carita’“, citando Papa Benedetto XVI.
Una telefonata in diretta tv, da parte di una signora che protestava contro la sospensione della sua visita di controllo, causata da deficienze nell’organico piu’ volte segnalate dalla f.f. primario e mai risolte dagli organi competenti, ha provocato il governatore Zaia a mandare un’ispezione al Reparto di Oncologia. Sono state condotte delle indagini, sono stati aperti dei fascicoli disciplinari, sono state cambiate mansioni di dirigenti . E credo che chi segue la stampa locale sia rimasto sconcertato dai toni usati e dalla pesantezza delle accuse.
ll risultato dell’ispezione e’ stato il ripristino delle visite di controllo, ma a quale prezzo? E’ stata tolta una dottoressa dalle attivita’ di screening, i medici hanno sacrificato le ore di formazione ed aggiornamento e le riunioni di confronto e di studio sui casi dei singoli pazienti, sono stati ridotti i tempi delle visite.
“Il Giornale di Vicenza” del 18 febbraio u.s. scrive che “si fa il processo (…) a una decisione che avrebbe fatto passare “colpevolmente e senza motivo”, in secondo piano, l’assistenza che si deve, come mandato professionale ed etico ai pazienti”. A rigor di logica, e’ vero il contrario: l’aver evitato che il paziente incorresse in visite di controllo frettolose ha garantito la qualita’ dell’assistenza fornita. Ovviamente e’ stata fatta una scelta, sulla quale invito a riflettere. Una scelta che si fonda sul “bene comune” che non sempre coincide con il solipsistico “bene di tutti”.
Io convivo con il cancro dal 2007. Conosco bene lo stato d’animo di quei pazienti che si sono visti annullare una visita di controllo, perche’ ognuno di noi desidera il meglio per se stesso. Ma credo che la riflessione qui debba avere un respiro piu’ ampio, coinvolgendo non soltanto il bene del singolo ma, soprattutto, il “bene comune”. Credo sia il caso di parlare di umanita’ e generosita’. Ed anche di intelligenza.
La sanita’ non ha molte risorse e bisogna ottimizzare quanto si ha a disposizione. Lo slogan “il paziente viene prima di tutto” non si adatta ad una riduzione del tempo e della qualita’ delle visite per garantire esami di controllo anche a coloro che sono “guariti” (liberi da evidenze di malattia) da tempo. Bisogna stabilire delle priorita’ e la prima di queste e’ la salute di quelle persone che stanno ancora affrontando la malattia e che affidano quotidianamente la propria vita alla preparazione e all’aggiornamento dei medici.
E’ vero, che, anche quando non ci sono piu’ evidenze di malattia, la persona che ha esperito il cancro non si sente mai tranquilla. Ma qui piu’ che la medicina a livello clinico ed in ambienti specialistici, dovrebbe intervenire l’attenzione per l’aspetto sociale della malattia. Il “cancer survivor” (sopravissuto al cancro) ha delle necessita’ che possono venire risolte anche in altri luoghi che non sono la mera struttura ospedaliera: c’e’ il bisogno di confrontarsi con i pari, c’e’ il desiderio di trovare un senso alla propria esperienza, c’e’ la voglia di attivarsi in progetti e relazioni e di riappropriarsi della propria esistenza.
Le risorse vanno gestite in maniera efficace e, in un atto di umanita’, devono essere parcellizzate secondo la giustizia che non e’ uguaglianza ma attenzione per i piu’ deboli. Percio’ trovo ammirevoli tutti quegli ex pazienti che hanno telefonato in reparto, silenziosamente e lontano dai riflettori, disposti a cedere il proprio appuntamento di follow up a persone piu’ bisognose. Ricordo l’insegnamento di Papa Benedetto XVI “Si ama tanto più efficacemente il prossimo, quanto più ci si adopera per un bene comune rispondente anche ai suoi reali bisogni”. Approfittiamo di questa vicenda per leggere la nostra storia e diventare attuatori del “bene comune”.

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