Déjà vu

Ci risiamo. Una situazione già vissuta nel 2011, ma con una esperienza molto più breve alle spalle (dovrei scrivere “tette” per evitare metafore). Cosa succede quando la malattia continua ad avanzare, nonostante tutti i nostri sforzi?

Convivo con il lupetto dal 2007. Lupetto che, dopo la mastectomia e le prime sessioni di chemioterapia, si era ritirato nel bosco… fino ad uscirne, famelico, al termine del 2011. La recidiva, specialmente con metastasi, è una esperienza terribile da affrontare e gestire. Scrivo “terribile” in onore di tutte quelle donne, e quegli uomini un po’ più rari, che si trovano a viverla, che bestemmiano ma vanno avanti, che si sentono traditi ma non sconfitti. E donne ed uomini così, meravigliosi, ne ho conosciuti tanti: amiche ed amici che fino all’ultimo hanno danzato la Vita, dando uno schiaffo all’ingiustizia sovrana nell’esistenza di molti. Non è questa, forse, la Vittoria più grande? Non è Federica che, dopo il conto alla rovescia prospettatale da un’oncologa disumana, la mattina seguente va a fare colazione in pasticceria? Non è Michela che ha continuato a danzare col suo sorriso e la maglietta arcobaleno fino a due settimane prima di lasciarci? Non è Ludovico, signore dall’anima elegante, che ci raggiungeva in palestra con le scarpe? Non sono Carlotta, Elisabetta, don Girolamo (seguirebbe lunga lista)… dei “vincenti”, degli eroi quotidiani?

INVETTIVA: Insensati, insulsi, scellerati coloro che usano metafore belliche per parlare della malattia: la morte arriva per tutti e non si “arrendono” solo quelli che muoiono affrontando il cancro o una malattia mortale o degenerativa. I “vincenti” non sono i “fortunati” che muoiono sani o nel sonno. Si tratta per costoro, come recita Pascal (aforisma 128 che cito nella versione integrale), solo di “botte di culo”.

Ci risiamo. Dal 2011 ho sperimentato e mi sono confrontata in diversi percorsi. Ho sempre seguito la medicina ufficiale, ma con lo sguardo rivolto a 360 gradi – evitando quelle che, a mio avviso, restano le “cure baggianate” o, comunque, estranee al contesto occidentale a cui il mio lupetto è familiare. Ho un buon bagaglio di esperienza e un curriculum clinico e farmaceutico niente male. Ma ho visto anche i sintomi della progressione della malattia nei miei compagni di cordata ed ora sento su di me non tanto gli effetti delle cure ma quelli del lupetto.

Ci risiamo. Dopo anni di convivenza, è tempo di ricominciare a riprogrammare e di scegliere la metafora giusta, i progetti a cui vale la pena dedicarsi, le persone con cui stare ed i luoghi dove abitare. E’ tempo di setacciare e darsi un nuovo inizio… che ne valga la pena!

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