I DANCE THE WAY I FEEL

Non si tratta di danza terapia perche’ danziamo per la gioia di farlo, per la gioia di essere, per la gioia di stare. Non ci troviamo insieme perche’ ci sentiamo malati e dobbiamo curarci.

Certo, molti di noi danzano con la chemioterapia, la radioterapia, le protesi, la parrucca, la bandana o senza ovaie, seni, utero o un pezzo di polmone. Ma non per questo siamo diversi. O danziamo da malati.

La bellezza e la forza di questo progetto, che ho ideato e sto conducendo grazie a Michela Negro e Simone Baldo (prima col contributo della “Susan Komen Italia onluso” ora degli “Amici del Quinto Piano”) e alla collaborazione di Roberto Casarotto, consistono proprio nell’accogliere le persone secondo l’attitudine propria della danza contemporanea e del Qi gong, nel valorizzare l’unicita’ di ciascuno, nel privilegiare il sentire rispetto al giudicare.

Quando ci confrontiamo tra partecipanti, ci sono riscontri molti positivi da parte di persone che, grazie all’esercizio fisico e all’appropriarsi di un tempo dedicato a se stessi, riportano miglioramenti nell’autonomia e nell’ampiezza del movimento…  Ma soprattutto sono cadute molte barriere psicologiche e mentali che contraddistinguono noi malati oncologici. Con la danza si creano spazi incredibili di liberta’, di relazione, di umanita’. E speranza.

Annunci

PAROLE E RISPETTO

“Bimba si arrende alla malattia rara. Muore nel sonno ad otto anni” (Giornale di Vicenza, 02.11.2018)

Sono un’insegnante di scuola primaria, con buona parte di me rimasta ancora bambina. Vedo spesso giocare i bambini, nel cortile della scuola. Si dividono in bande, si rincorrono, si prendono, si catturano e gridano “Arrenditi!”. Di solito succedeva anche a me, sempre uno scricciolo e quasi sempre la prima ad essere catturata e ad “arrendersi”. La resa non era mai immediata, scattava solo dopo vari divincolamenti, quando ormai ero stanca di essere strattonata e ritenevo, comunque, dignitosa la mia ultima scelta . Le mie eroine erano le donne pioniere del Far West. E, come loro, una volta catturata e condotta nella “prigione” dei miei compagni di gioco, architettavo prontamente un piano di fuga. E il gioco riprendeva… fino a che non veniva decretato il cambio delle parti.

Stamattina, mentre aspettavo in sala d’attesa del quinto piano del reparto di oncologia di essere chiamata per l’infusione di chemioterapia, ho scorto il titolo dell’articolo “Bimba si arrende alla malattia rara”. Un nodo al cuore. Penso forte al dolore dei familiari, un dolore che sento molto vicino in questi giorni in cui sono conficcati nel mio animo anniversari di partenze importanti e laceranti, quelle di Sabina e di Federica. E poi dentro di me ascolto una ribellione sarcastica sul significato del titolo dell’articolo. Una bambina di otto anni può arrendersi? E come può un giornalista o un redattore, ma anche il più intimo degli amici, conoscere l’atteggiamento di una persona di fronte alla morte? E lo si può addirittura descrivere o solo intuire e, quindi, far tacere le parole di fronte ad un Mistero così grande?

Convivo con il cancro e con queste riflessioni da molti anni. Ed ogni volta mi chiedo perché, di fronte al Male, sia esso fisico sia esso morale, i termini di cui l’uomo dispone sono soprattutto legati all’ambito sematico della lotta, della guerra, della battaglia. “Ha lottato”… ” si è arres*”. Mi chiedo se, invece, non si possa operare una “comprensione” del male. Non ho gli strumenti ermeneutici e neppure una fede così salda per approfondire questa riflessione in modo adeguato.

Vorrei quindi, di fronte ad una scelta linguistica (“si arrende al male”) a mio avviso discutibile, pessimistica e non rispettosa dell’altro-da-sè, lasciare lo spazio ad una immagine che ci è, forse ancora, familiare. Una bambina forte che si arrende ma per poi tornare a giocare, con la stessa gioia, in un’Altra Dimensione. Uno Spazio ed un Tempo che tutto comprendono.