Ottobre Rosa…sì, parliamo del meteo…

Il rosa è il mio colore preferito. Lo associo alle fiabe, alle principesse ed alle nuvole del Tiepolo. Per questo motivo mi diventa difficile amare le sue sfumature quando esso è associato ad un mese, Ottobre, e ad una parola, Cancro.

Il mese di ottobre anche qui in Italia è dedicato a quella che, erroneamente e semplicisticamente, viene chiamata “prevenzione del cancro al seno”. Ho due splendide amiche su FB che lo celebrano in modi diversi. Ilaria, con l’entusiasmo della neofita, pubblica foto di prodotti ed iniziative volti a raccogliere fondi per la ricerca. Grazia, con la passione e lo spirito critico della ricercatrice, svela la reale destinazione di molti introiti ed il vero volto di molte campagne.

Ci sono tante sfumature di rosa – ed un sorriso sornione mi schiude le labbra – ma ciò che viene messo in secondo piano, in questo mese, è il vero colore di chi combatte il cancro… sono le storie dei malati e dei loro cari.

Pensando alle adorate nuances dei rosa barocchi, rileggo il messaggio della mia mentore colostomizzata “fatti esami con marcatori…in attesa di risposta…babbo (con recente diagnosi di cancro) con febbre ma su di morale…mamma distrutta!!!… il bambino in prima elementare ed io già convocata dalle maestre dopo tre settimane di scuola…quindi che dire…tutto benone!”

Così l’ho chiamata, proponendomi di parlare del tempo. “Ciao, disturbo?”. “Non ti preoccupare. Metto il vivavoce. Sono in auto, bloccata da un’ora in autostrada sotto il diluvio universale”.

No, per noi cancer survivors ottobre non è necessariamente rosa.

 

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Il cancro mi ha fatta diventare taoista

La rotondità del mio ventre in questi giorni non suggerisce serenità, gioia, energia vitale e fortuna come , mi ha spiegato il mio maestro di Qi Gong, la pancia del Buddha. Sono un vuoto gonfio, non esprimo pienezza, celo solo privazione.

Mi guardo, osservo con ansia i cerotti che occludono quelle che ho battezzato come la “Fossa delle Marianne” e la “Fossa delle Antille”, rispettivamente a sinistra e a destra del mio ombelico. In quelle fosse c’era parte di me, quella dedicata alla maternità. Dedicata e delicata. Il mio ventre ora è un ricettacolo di aria, residuo dell’intervento di pochi giorni fa, e di tanti pensieri che galoppano e si accavallano. Annessiectomia.  Biopsia dell’endometrio. Esame istologico.

“Non è l’utero che fa una donna. Sarai meravigliosa come sempre”, mi ha mesmerizzato la cugina dall’Olanda. Non dello stesso tono, però, le parole di una compagna di cordata, che si sente derubata della maternità.

Sono onesta: non è questa la rinuncia che ora mi pesa. Mi spaventa l’essere in una situazione definitiva, irreversibile, che temo acceleri determinati processi di invecchiamento, quale l’osteoporosi, che le cure per il mio cancro hanno già messo in atto da tempo. Temo la vecchiaia precoce, non voglio rinunciare alla danza, non voglio essere limitata nel lavoro, nei viaggi. Non voglio non poter più essere “io”. Contemplo le mutilazioni del mio corpo, iniziando dalla mastectomia, e, nel sentire il sofferente adattamento dei tessuti ai nuovi vuoti, ricordo la riflessione esistenziale di Terzani, “Ed il chirurgo, quanti pezzi poteva tagliare prima che scomparissi anch’io?”.

Il cancro è una malattia che toglie molte cose. Il cancro, il Vuoto te lo presenta.

Convivo da sette anni con queste cellule impazzite. Ho vissuto molti Vuoti.

Ma il cancro mi ha regalato anche molte Pienezze. E, per il momento, anche una parziale e serena risposta all’inquietante domanda che ha accompagnato pure il percorso di Terzani: il mio corpo non finisce dove lo vedi. Il mio corpo finisce ai confini dell’amore. E l’Amore è un Pieno Infinito.

Sorrido, “Il cancro mi ha fatta diventare taoista”. Vuoto e Pienezza.