…cosa resta?

LA TROMBETTINA (Govoni)

Ecco che cosa resta

di tutta la magia della fiera:

quella trombettina,

di latta azzurra e verde,

che suona una bambina

camminando, scalza, per i campi.

Ma, in quella nota sforzata,

ci son dentro i pagliacci bianchi e rossi;

c’è la banda d’oro rumoroso,

la giostra coi cavalli, l’organo, i lumini.

Come, nel sgocciolare della gronda,

c’è tutto lo spavento della bufera,

la bellezza dei lampi e dell’arcobaleno;

nell’umido cerino d’una lucciola

che si sfa su una foglia di brughiera,

tutta la meraviglia della primavera.

In questi giorni due addii: Stefania e Maria. Della prima provo il rimpianto di non aver condiviso quell’ultimo the a cui ero stata invitata, della seconda conservo la conoscenza attraverso il marito ed i figli.

Hanno fatto capolino nella mia memoria questi versi…”ecco che cosa resta di tutta la magia della fiera”…una trombettina ormai stonata ma con dentro i ricordi della festa e lo spavento della bufera…i lampi e l’arcobaleno…

Non puo’ che meritarsi il Paradiso chi soffre cosi e si e’ donata cosi… noi cercheremo di udire sempre l’oro della banda…

Voglio morire ed il caffellatte

Il baratro che ci divora mentre ci sediamo sul letto. Il girarsi sul cuscino mormorando “mamma”. L’idea di voler morire, che insorge improvvisamente.

Quando ho parlato della mia esperienza alle mie nuove compagne di cordata, ho raccontato del “pianto da caffellatte”, ossia le lacrime che spesso scorrono di fronte ad una banalita’ o in una situazione (per me lo era il caffellatte a colazione) di solito serena, che mi ha accompagnato durante la chemioterapia nel 2008 e nel 2012, soprattutto con AC e taxolo. Pensavo che “il resto” fosse stata una questione personale, una “debolezza” dovuta ad una particolare situazione che stavo vivendo. Invece…

“Eppure, ho sempre pensato di essere una donna forte”, mi ha confidato ieri una amica dei Nuovi Inizi, dopo avermi narrato gli ultimi giorni cupi e pensieri e sensazioni che non mi sono piu’ estranei. No, non e’ questione di forza di carattere e neppure di volonta’ di vivere. Quest’ultima non ce la toglie nessuno. Sono i farmaci, e’ la chemioterapia che sfida in continuazione: sfida la malattia, ma soprattutto sfida noi stessi, nel corpo e nello spirito. Non ci riconosciamo piu’ nello specchio, ma spesso non ci riconosciamo piu’ neppure nell’anima. Ci scopriamo con desideri e pensieri che non ci sono mai appartenuti e  neppure ci appartengono. La Morte diventa il pensiero da cui scappiamo e a cui ci volgiamo.

Non siamo preparate a questo. Nessuno ci dice “E’ normale, non sei tu. Sono le cure. Tu sei forte. Tu hai scelto la vita”.

Spaventa trovarsi di dosso un soprabito che non abbiamo scelto. E fin che il CANCRO restera’ un TABU’ SOCIALE, saremo lasciati SOLI, con le nostre angosce, e ci vedrete in giro con soprabiti e parrucche.

 

Metonimia…in concreto

– Cosa pensa, allora, di allestire la mia mostra in ospedale?

-Dove la farebbe?

-Mi serve un luogo spazioso… l’atrio oppure il corridoio tra le due entrate…

-Ma sono due luoghi di passaggio. La mostra viene “imposta” in un certo senso.

-In effetti, il suo scopo e’ quello di far conoscere alcuni aspetti fisici e psicologici della malattia, in modo che il cancro non sia piu’ un tabu’ e non venga piu’ associato alla morte…

-Ho visto alcune foto sul suo sito. Quelle senza capelli…

(penso io: ce ne sono anche altre… i doni del mio cancro…le feste con gli amici…)

-e -continua lui- mi chiedo se per i bambini che sostano in quel corridoio, in attesa di un intervento plastico, quelle foto non costituiscano…Insomma, devo parlarne col Comitato Etico dell’ospedale.

Location: affollato bar dell’ospedale.

Costume di scena della scrivente: abbigliamento quotidiano e taglio da skin head.

 

Metonimia

METONIMIA (alla greca metonimìa) s. f. [dal lat. tardo metonymĭa, gr. μετωνυμία, propr. «scambio di nome», comp. di μετα- «meta-» e ὄνομα, ὄνυμα «nome»]. – Procedimento linguistico espressivo, e figura della retorica tradizionale, che consiste nel trasferimento di significato da una parola a un’altra in base a una relazione di contiguità spaziale, temporale o causale, usando, per es., il nome del contenente per il contenuto («bere un bicchiere», «finire una bottiglia»), della causa per l’effetto («vivere del proprio lavoro», di ciò che si guadagna lavorando), della materia per l’oggetto («i sacri bronzi», le campane), del simbolo per la cosa designata («tener fede alla propria bandiera»), del nome dell’autore per l’opera («portare Omero agli esami»; «avere in casa un Carrà»), del luogo di produzione o di origine per la cosa prodotta («un fiasco di Chianti»), dell’astratto per il concreto («eludere la sorveglianza»), e simili.

Tre inizi (3)

Chemioterapia. Se la conosci, la accetti… non come male inevitabile ma come opportunita’ per stare meglio. Ho letto testimonianze di persone che, di fronte a diagnosi terribili, hanno scelto di non proseguire con le cure chemioterapiche – o di non farle affatto – e sono guarite attraverso altri percorsi. Io non sono cosi impavida anche perche’ ci sono persone che hanno compiuto le stesse scelte e che non sono arrivate a scrivere libri o a fare le oratrici in conferenze… Per me la scelta di avvalermi della medicina occidentale e’ frutto di un consapevole affidarmi alle cure della societa’ in cui sono nata, societa’ che ha anche creato disarmonie e disagi… Questa scelta, inoltre, e’ avvalorata dalle testimonianze di persone che hanno superato il cancro grazie ai farmaci chemioterapici.

Stop ai piani. Non tutti hanno lo stesso modo di reagire alle cure. Per alcuni le terapie costituiscono una sosta obbligatoria, un venir meno della quotidianita’. Tuttavia e’ in questa sosta che si possono scoprire risorse sconosciute o che ci si puo’ tuffare in un’avventura impensata. Non scrivo questo con superficialita’ o con sufficienza: io “per prima” ho provato l’angoscia di non riuscire a chiudere una valigia o di vivere l’abisso di fronte al letto. Ma mi sono anche inventata fotografa ed artista concettuale (cioe’ quella che ha delle idee, probabilmente dovute agli acidi in corpo, e soprattutto la fortuna di trovare persone che le hanno saputo realizzare). Ho scoperto nuove risorse, ho realizzato sogni.

“Vivo sempre insieme ai miei capelli”, cito la canzone… “Perche’ io valgo”, cito lo shampoo… Non sono un’antropologa e l’unico corso di sociologia che ho seguito e’ stato online, ma questa metonimia e’ veramente pesante: i capelli non sono la nostra vita. Perdere i capelli non significa morire. Guardare una donna senza capelli non significa guardare la morte e neppure la bruttezza.

Migliorare le cure chemioterapiche affinche’ diventino piu’ gestibili ed efficaci e’ compito degli scienziati. Trovare in se stessi le risorse per trasformare le situazioni di immobilita’ (fisica e/o mentale) in vita e’, invece, responsabilita’ individuale. Cambiare alcuni stereotipi relativi alla salute ed alla bellezza e’ un atto che dobbiamo compiere subito, tutti.

Tre nuovi inizi (2)

Tre nuovi inizi. Tre donne diverse. Un comune denominatore: la paura.

Paura di una terapia, la chemioterapia, troppo spesso associata alla morte e non ai progressi della scienza medica. Paura della sofferenza fisica, di un inutile calvario.

Paura di una “fermata”, di una interruzione della propria progettualita’. Paura che il cancro non solo affatichi il corpo, ma blocchi anche la testa. Paura della sofferenza psicologica, della mancanza di senso, di perdere tempo.

Paura di perdere i capelli. Di essere considerata “malata” e compatita dagli altri. Paura della sofferenza sociologica.